ascesa ai vulcani | ecuador

Un viaggio ad alta quota nel tentativo di raggiungere il punto della Terra più vicino al Sole, scopri l’avventura del nostro compagno Nick tra i vulcani dell’Ecuador.

ascesa ai vulcani | ecuador

Un viaggio ad alta quota nel tentativo di raggiungere il punto

della Terra più vicino al Sole, scopri l’avventura del nostro

compagno Nick tra i vulcani dell’Ecuador.

L’ascesa

COTOPAXI 5897 m

Il suo nome significa “Collo della Luna” nella locale lingua quichua e la luna sembra in effetti posarsi sopra il cono del vulcano, dando l’impressione che il Cotopaxi sia il suo collo. Con un’altitudine di 5.872 m s.l.m. è il terzo vulcano attivo più alto del mondo, l’ultima eruzione risale al 2016.

Le condizioni metereologiche non lasciavano minimamente presagire quello che sarebbe successo: all’arrivo presso il rifugio, il cotopaxi si presentava per lo più coperto, non lasciava mostrarsi per la sua maestosità se non per pochi istanti prima che le nuvole tornassero a nasconderlo. Alle 23:30 siamo pronti. Accompagnato dalla guida @juanquintuña rivolgiamo una preghiera al cotopaxi affinché ci dia il permesso di salire, tenendo ben presente che la vetta più importante rimane sempre quella di tornare a casa dalla nostra famiglia iniziamo la scalata, con più fede che certezze. In meno di due ore sono completamente ghiacciato, raffiche di 70 km/h di vento ci soffiano contro per più della prima metà del percorso, dai 4500 di partenza fino ai 5200, dove incontriamo l’unica altra cordata uscita per provare a raggiungere la vetta che proprio in quel punto decide ritirarsi e iniziare la discesa. Juan ed io, imperterriti continuiamo. Con il serbatoio delle energie quasi in riserva noto come resistere a quel vento mi abbia stremato molto più velocemente di quanto pensassi.

Arriviamo alla rampa di Anayacha a 5700 metri, l’ultimo tramo che ci avrebbe portato alla tanto desiderata cima di 5897. Il vento sembra affievolirsi, ma la condizione della neve è tutt’altro che desiderabile, infatti si presenta fresca e ci arriva quasi al ginocchio. Senza punti riferimento le nostre impronte sono le prime a rimanere a terra in quello scenario apocalittico, ma qualcosa va storto, iniziò a presagire una brutta sensazione.
Provo una forte nausea, mi si chiudono gli occhi e inizio ad avere delle allucinazioni, ill mal di montagna non a cure se non quella di scendere di quota.
Con enorme soddisfazione e gratitudine per l’opportunità concessami dal vulcano cotopaxi, il mio tentativo di raggiungere la cima di ferma a 5680 mslm molto vicino alla vetta e molto lontano da qualsiasi mio limite conosciuto fino a quel momento.

CHIMBORAZO 6263 m

Dopo la prima cruda esperienza sul Cotopaxi sono consapevole delle peggiori condizioni che può riservarti l’alta montagna, una settimana dopo preparando la successiva scalata correggo alcuni errori commessi nella prima occasione e sono quindi più idratato e più riposato. Mi sento pronto per la missione, è il turno del Chimborazo, l’obbiettivo principale della mia spedizione in Ecuador. La sommità del vulcano andino è il punto più lontano dal centro della Terra.

La sua vetta è di oltre 2.072 metri più lontana dal centro del pianeta rispetto a quella del Monte Everest.

Calcolando l’altitudine sul livello del mare, l’Everest è la montagna più alta del mondo. Se però prendiamo le misure a partire dal centro della Terra, la vetta del Chimborazo è la più distante. Il motivo è nella forma del nostro pianeta: non è una sfera perfetta, ma è leggermente schiacciato ai poli e rigonfio all’equatore.
Dovuto agli effetti del cambiamento climatico, lo scioglimento dei ghiacci ha creato un paesaggio lunare, liberando ampi tratti di rocce e terreno scuro, che rispetto al bianco della neve assorbe più calore e amplifica le conseguenze dell’aumento delle temperature. Il terreno così scoperto è inoltre soggetto a frane, spesso pericolose.
Cinque giorni prima del giorno stabilito per l’ascensione, Juan Quintuña, amico e guida dell’agenzia locale Greestep.ec che mi ha accompagnato in tutti i vulcani ecuadoregni mi avvisa che nel primo mattino sul Chimborazo si è verificata una valanga che ha visto coinvolti 2 scalatori, una ragazza di 25 anni deceduta e la sua guida rimasta gravemente ferita. I vertici del ministero dell’ambiente notificano la chiusura del parco nazionale fino a nuovo avviso. Con le emozioni in subbuglio per un tragico evento che sul Chimborazo è relativamente frequente, ma soprattutto perché avrebbe potuto coinvolgermi in prima persona se solo la nostra spedizione fosse stata organizzata pochi giorni prima, riprogrammiamo l’ascesa al primo giorno di apertura della Riserva.

Mercoledì 13 luglio è il giorno convenuto per la riaperture delle vie di accesso al vulcano e in questa occasione ci accompagna anche Fausto, guida UIAGM (Union Internationale des Association de Guides de Montagnes) per una ulteriore sicurezza durante la scalata.
Nel primo pomeriggio montiamo le tende al campo base, ad un’altitudine di 4800 m e ci mettiamo a riposare. Quasi senza chiudere occhio non posso evitare di notare il vento e la neve sfiorare la tenda il che mi demoralizza perché penso subito che la condizione metereologica possa compromettere il nostro proposito, ma vengo piacevolmente smentito perchè quando ci alziamo per cenare il cielo è quasi del tutto è limpido e la luna illumina l’imponente gigante dormiente. Galvanizzato mi preparo e dopo il consueto rito propiziatorio dove chiediamo il permesso e la benedizione di poter salire e tornare a casa salvi iniziamo.
Ci muoviamo con passo lento e costante per poter conservare il più possibile le energie, le prime ore volano fino a quando ci troviamo davanti alla via ferrata (inaugurata nel giugno dello scorso anno per ridurre i rischi e i tempi di ascesa) completamente ghiacciata con la presenza di enormi stalattiti che ne rendevano impossibile il passaggio. Solo dopo 30 minuti in cui Fausto ha rotto con il suo piolet alcuni strati di ghiaccio siamo riusciti a salire, un pò infreddoliti superiamo quota 5500 e continuiamo per altri 200 metri di dislivello dove il clima cambia velocemente ed inizia a soffiare un un forte vento. Ad un tratto, notiamo le luci delle torce della cordata uscita prima di noi avvicinarsi sempre più e cominciare anzitempo la discesa. Dopo un confronto tra le guide UIAGM risulta che a quota 5920, punto in cui pochi giorni prima si era verificata la valanga, la neve non si era ancora compattata e pertanto era impossibile anche solo pensare di superare quella fragile tranche di percorso. Una volta comunicatomi da Fausto l’impraticabilità del terreno e la conseguente decisione di iniziare la discesa porgo lo sguardo verso l’orizzonte dove si intravedeva la prima luce del mattino e mi viene in mente un flashback di tutte le fasi, gioie e dolori,  che mi hanno portato fino a quell’altezza e un pò emozionato ringrazio le guide per avermi accompagnato. Il raggiungimento della cima sarebbe stato un regalo divino, ma la presa coscienza della magia del percorso non ha prezzo.

CARIHUAIRAZO 5018 m

Il Carihuirazo sarebbe dovuta essere la prima escursione, ma per via di un’ insurrezione indigena verificatasi nel paese e durata per ben 18 giorni è stata riprogrammata come ultima. Dopo le prime due esperienze in condizioni climatiche al limite e dopo aver raggiunto altezze di 5700 m , la scalata del Carihuarazo è stato relativamente semplice, ottenendo la soddisfazione di raggiungere la prima vetta della spedizione ecuadoregna a 5018 m in un clima che neppure questa volta è stato favorevole. Un finale felice per un viaggio che mi ha fatto scoprire una connessione diretta con la natura e con una disciplina unica. Mi ha insegnato la pazienza, a saper soffrire, la forza di volontà, a ridisegnare nuovi limiti spinti oltre ogni immaginazione.

Un ringraziamento speciale ai ragazzi di Greenstep.ec con cui mi sono allenato e che mi hanno accompagnato in questa avventura e anche ai ragazzi di Wanderlust per la magnifica Cristallo 3L Jacket con cui ho coltivato il mio irrefrenabile desiderio di viaggiare ed elevarmi fino al punto della terra più vicino al sole.

Nic Hariman

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